Dio è amore e ci attende paziente nella LUCE
La poesia di Vivetta Valacca

Amo la poesia di Vivetta Valacca, e come ogni amore questo fatto avviene e non si può  spiegare.  Ma è possibile parlare di questo amore, anche se è difficile descriverlo. La lettura delle poesie che hanno questa profondità esistenziale ci tocca come il sorriso degli angeli, come un abbraccio di amore e di fuoco.

Quando parliamo della poesia parliamo anche dell’amore,  e quando parliamo dell’amore parliamo  dell’UNO, parliamo di Dio.

Vivetta Valacca canta: “Il mistero è qui, intorno a noi, sublime. Talvolta orrendo./ Solo per un attimo si schiude agli uomini il divino.”

Dio è nascosto, sentiamo solo questo enigma di essere QUI, Lui è il mistero che ci ha creato. E Lui mantiene questo QUI, anche ora, come movimento nel tempo, e questo è il fondo abissale anche della poesia e della musica.

Esiste gente che dichiara che può vivere benissimo senza poesia, senza amore, e, alcuni, anche senza Dio. Ma anche loro fanno parte, senza saperlo, di questo mistero.  E la morte? Dicono che alla morte non hanno mai pensato? Quelli che parlano cosi non sanno quello che fanno.

La poesia di Vivetta Valacca  è una via meravigliosa, che conduce verso tutte queste profondità con il mezzo della bellezza poetica. Lei, che ha studiato il greco, come grecista conosce con tutta l´aura originaria e la musica della parola greca la saggezza del mondo antico di Omero. Il suo “Mitoesistenzialismo”, come denomina la sua poiesis, traspone questa antica esperienza dell’umano nel presente, “i personaggi del mito mi offrono maschere per svelare la mia verità“ dice la poeta. E questa verità è accompagnata dalla profondità della memoria universale umana con Dante, Pascoli, D´annunzio, Joyce, Kavafis, Foscolo  e molti altri. Ma sempre è accompagnata dal suo amato mare, che ci porta l’intoccabile, illimitato, dell’UNO, qui toccabile, vicinissimo. Quell’intoccabile anche con gli occhi, diventa qui toccabile anche con tutto il nostro corpo, con tutti i nostri sensi, col suo profumo, il suo ritmo, e anche il sogno e l’inconscio lo possono vivere, possono prendere nutrimento da lui. Ella conosce anche la lontananza di Ulisse, il suo nóstos inverso: di andarsene lontano il più possibile, di oltrepassare, anche trasgredendo, tutte le frontiere, anche quelle dell’esperienza non-possibile, del permesso e del proibito!  Per Dante le colonne d’ Ercole allora erano la fine del mondo, e Ulisse va nell’inferno, perché va oltre. Ha lasciato casa, donna, patria, è andato troppo oltre. Vivetta cita anche una bella metafora parallela della Bibbia per questo, Adamo che ha mangiato dall’albero proibito della conoscenza, tradendo l’albero della vita!

Ecco allora il mare come grande metafora: “La  poesia mostra un secondo personaggio alla pari con Ulisse: il mare”, dice Vivetta. E anche il ritmo della sua poesia è in sintonia con il ritmo del mare. Natura pura come il ritmo dell’amore, il corpo della barca di Ulisse come il proprio corpo: “Il respiro era un battito intorno alla chiglia,/ pulsava familiare/ come il cuore della madre, il suono della vita,/ il battito dell´origine.”

Nell’ ottobre 2007  la poeta ha finito la sua Trilogia “La coscienza del Mondo“. I tre libri sono: “Lo specchio del mondo”, dedicato ad Achille,  “La danza delle onde“,  dedicato a Elena. “Il mare dai mille occhi”, dedicato a Ulisse. È un viaggio nello stato dell’anima, come lei dice, che: Comincia con “la perdita e il dolore… ferita aperta, pulsante, lasciata dalla morte…” a Troia con la guerra. Anche qui tutto è come un dialogo con i morti, oltrepassando i limiti dell’esperienza normale, abituale. “Si passa attraverso la sofferenza della passione”, ma soprattutto del rimorso della donna che ha sulla coscienza la guerra e i morti: la bella Elena. E dopo, come una profonda catarsi, di nuovo la consapevolezza dell’UNO, il dio che è amore, l’ armonia che governa. Al tramonto, con Penelope e Ulisse ritrovati, l’unione come estremo senso. Simbolo alto, che ogni piccola cosa  ha il raggio dell’Uno, è suo senso, e così sarà  dolce  morire per ritornare  alla vera casa. Come dice la poeta: “Bisogna che la bellezza del gesto e del pensiero infine, riscattino la sofferenza. Questo e stato possibile attraverso la fede profonda in un Dio che è amore e che ci attende paziente oltre le nostre  miserie umane.”
Ulisse come suo simbolo profondo di ritorno a casa, anche a questa ULTIMA casa. Nóstos la parola greca da cui viene la nostra parola  nostalgia:  nóstos, ritorno a casa, e algos. dolore. Vivetta Valacca la trasforma in una nostalgia verso il cielo perduto, o il cielo che ci aspetta dopo la morte. Simile all’anamnesi di Platone, l’oltrepassare le frontiere della vita, per ricordare quello, che siamo davvero, quello che siamo stati nella sfera di pura spiritualità senza corpo, per arrivare a Dio. È la ritrovata memoria perduta, il superamento dell’oblio della nostra vera origine! Ma una ritrovata - l´anamnesi, come dice Platone - pericolosa memoria della luce originaria in noi, troppo forte per la nostra piccola mente,  per i nostri ristretti sensi umani e i nostri occhi di carne, succede molto raramente.  È  la faccia di Dio, e chi vede la faccia di  Dio, muore! Infatti possiamo vedere questo lume solo dopo la morte! Una parola molto bella detta sulla poesia di Vivetta, è che la poeta ha rinunciato al suo corpo e alla sua vita per creare un corpo di suoni vocali con la parola, prefigurando cosi  la luce del cielo con la poesia.
La bellezza allora, anche la bellezza della poesia, isola nella sfera pericolosa di una luce del cielo quasi insopportabile nel nostro mondo di ogni giorno!  Sì.  Perchè non solo l´Elena di Omero, e poi anche l’Elena del Faust di Goethe, simbolo della più grande bellezza, è stata esclusa, isolata, odiata come un dono pericoloso nel mondo degli uomini. La bellezza è legata alla  morte, come dice Thomas Mann su Tristano, suo personaggio nella “Morte a Venezia”: ”Wer die Schönheit angeschaut mit Augen/ Ist dem Tode schon anheimgegeben” (Chi ha visto la bellezza con i suoi propri occhi e già nelle mani della morte…) –  Elena, dea della bellezza, anche nell’ ultimo volume di Vivetta, “La Danza delle onde”, ha l´anima affollata  di morti, sempre vicino a lei, dopo la Guerra di Troia… tanti tanti morti là! Loro affollano al ritorno a casa la sua mente: ”infine lei. Elena/ responsabile dei morti.” “lei la rovina”. Lei colpevole!

E forse la nostra poeta vede in Elena un “doppio” anche suo, canta: “In una cella era Elena,/ la cella della mente/ destinata a lei sola fra-tutti-i-mortali,/ Soffocava Elena./ Le mura assillanti di rimorso e dolore/ erano affollate dai volti dei vivi e dei morti.”  Elena in una solitudine mortale e isolata anche del marito Menelao, non amato. E solo il mare  la libera, si perde l’enorme solitudine con l’enorme soffio delle onde. Come canta Vivetta Valacca: “Ma in quella cella il mare l´andava a  trovare: / il respiro del mare era regolare.” “Ed Elena,/ estranea agli uomini, fra tutti solitaria / davanti al mare guardava / la sua vita che scorreva./ Ricordava Elena … / e non aveva più paura …”

E cosí lei,  liberata dall’ego, può dare voce all’Essere, che è la ritrovata memoria delle sfere di luce dopo la morte! Il ricordo: l`anamnesi. Da dove veniamo e dove ritorniamo: alla casa di Dio. Anche nell’eucaristia  c’è il momento di questa memoria sacra: della risurrezione, l’ascensione e l’assunzione come ritorno a casa.  Da ricordare il grande esempio del Cristo.
Ma la bellezza, anche di  Elena, come luce eterna già nel fisico, in questo modo diretto può creare catastrofe, crea  morte, come ha creato morte “nella maledetta Troia”. La bellezza: come se si vedesse con gli occhi fisici la faccia di Dio, e si muore.

Si pensi anche al poeta Baudelaire e alla sua definizione del bello come “correspondence” un corrispondere con una luce non vissuta sulla terra, ma altrove, che è ritornata in un blitz della memoria nascosta. E già i romani conoscevano questo ad plures ire, che vuol dire il morire nel momento sacro, quando ti prende e ti attacca la luce del bello. Nel volume “Il mare dai mille occhi”, che crea la sintesi della trilogia, c´è la scena chiave, il momento in cui Ulisse arriva alle rocce delle Sirene, e vive con il loro canto il momento dolce della morte, senza morire, perchè è legato all’albero della nave, e la nave sfugge alla morte, una sorte portata dalla seduzione delle sirene che attirano verso le rocce e il naufragio. Solo Orfeo è riuscito a vivere lo stesso momento contrapponendo alla morte e al loro canto il suo canto orfico. È il momento di  Orfeo e Ulisse di aprirsi in un blitz sacro, di vedere la luce dell’aldilà:

“Per questo le sirene cantano dolci e attirano verso le rocce/ crudeli./ La rivelazione suprema dischiude agli uomini le porte/ della morte.” “Ulisse aggirò le sirene e la sorte: legato all´ albero della nave  poté ascoltare senza andare a morire./ Ma solo un attimo duró la visione alla mente dischiusa. / Troppo grande è il mistero e la mente umana non lo può ritenere./ Ulisse visse, ma non poté ricordare. Soltanto sa che ogni cosa ha un fine… Scelse il/ ritorno./ Il mistero è qui, intorno a noi, sublime. Talvolta orrendo./ Solo per un attimo si schiude agli uomini il divino.”

Ma la bellezza è prepararci a questo momento, l’invito a portare con noi la pienezza di una vita vissuta con tutta la nostra ricchezza, come dice la poeta:
“Vivere fino in fondo sublimando nel pensiero le/ azioni: questo e il senso della vita.” Ma sublimare tutto con l’amore, la scintilla di Dio. “Altro non è lecito agli uomini sapere.” “A chi è fedele al proprio destino, a chi conserva affetti e/ meraviglia nel cuore gli dei porteranno le risposte alla/ morte.”  “Vivi intensa la vita, godi del bello che ti danno gli dei e / quanto la fine verrà saprai ogni cosa e ti sarà dolce/ sapere.”
Tutto questo è anche quel momento sacro in cui Ulisse, ritornato dall’estasi al normale stato di anima umana e nel corpo, non poteva più ricordare e ci porta al bel mito del Lete, il fiume dell'oblio della mitologia romana e greca. Platone narra il mito di Er, disceso nell'oltretomba per conoscere i misteri della reincarnazione delle anime. Esso è citato anche da Dante nel Purgatorio che immagina che qui si lavino le anime purificate prima di salire in Paradiso. E così anche noi qualche volta nell’estasi dell’amore o nella trance della meditazione viviamo la felicità affondati nella luce dell’UNO.