La danza delle onde

      davanti al mare io guardavo   

la mia vita che scorreva

 La nave correva veloce,

tagliava le onde -
per questo era fatta,
non per rimanere in secca dieci anni di guerra.

Il mare le si faceva incontro

- corrente, festoso,
andava incontro alla donna
che sedeva a prora.

La donna era assorta in se stessa e pareva una dea.

La nave era orgogliosa
e gli uomini lieti,

quegli uomini a cui scioglieva il cuore
la bellezza di Elena.

 Ed Elena,
muta, a prora
guardava il mare

                                                                        e davanti al mare guardava
                                                                        la sua vita che scorreva.

 A poppa da solo, in piedi,
soffriva Menelao.

La donna già-sua, mai-sua
gli era sempre lontana.

                                                                        e davanti al mare anch’egli guardava
                                                                        la sua vita che scorreva.
E il mare, ipnotico,
continuava a danzare.

In una cella era Elena,
la cella della mente,
destinata a lei sola-fra-tutti-i-mortali.

Soffocava Elena.

Le mura assillanti di rimorso e dolore                                                                         
erano affollate dei volti dei vivi e dei morti.

ma in quella cella il mare l’andava a trovare.

Il respiro del mare era regolare

intorno allo scafo,
lambiva, cullava la nave.

Era un ritmo, una danza

ed Elena inseguita, incalzata, dai ricordi,
come il giorno del parto

          - lontano, in un’altra vita, in un altro luogo –

in mezzo al travaglio si lasciava guidare.

Del mare era la voce sicura che la chiamava,

cadenzato, instancabile - era
il tocco leggero che la scuoteva appena.

Dolce e paziente le diceva <<respira>>
E lei respirava al respiro del mare.

Il respiro era un battito intorno alla chiglia,

pulsava familiare

come il cuore della madre, il suono della vita,
il battito dell’origine.

Elena allora dominava lo sgomento
e la folla dei ricordi tornava a ordinarsi.

Il mare lambiva lo scafo e i pensieri
e lei, come a corte -  regina di Sparta -
riceveva ad uno ad uno i vivi e i morti.

                                                              e davanti al mare  guardava
                                                              la sua vita che scorreva.

Menelao a poppa, distante,
stava fiero, eretto, con la fronte accigliata.

In piedi, sicuro-prendeva-le-onde,
ma nel cuore insicuro- non-sapeva-cosa-fare.

La donna era fragile nella sua bellezza,
nobilissimo il volto, elegante la postura:
nella grazia una dea.

Sembrava che il mare la corteggiasse,
cullasse la dea,
estranea agli uomini, fra tutti solitaria.

E il corpo di Elena accettava gli omaggi
e sul mare, elegante,
pur senza muoversi sembrava danzare.

Menelao avrebbe voluto stringerla, rassicurarla,
ma non osava neppure toccarla:

la donna già-sua, mai-sua
gli era ancora lontana.

In lei c’era sempre la dea
che un tempo l’aveva lasciato
e davanti a lei
il re, come sempre, era smarrito.

Solo i suoi uomini,
ai remi,alle vele,
erano fieri,

avevano vinto, salvato la vita: il bottino era a bordo
e a bordo era Elena.

Non più Elena-di-Troia,

per loro
di nuovo e soltanto Elena-di-Sparta.