LEA - Lingue e letterature d’Oriente e d’Occidente, vol. 1, n. 1 (2012), pp. 597-603 
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Dieter Schlesak, Vivetta Valacca
La luce dell’anima. Zeit Los brennt dieses Licht hier,
con un’introduzione di Angelo Tonelli


Pisa, ETS, 2011, pp. 158


Recensione di Alberto Ricci
Università di Firenze

riccialberto1967@libero.it

 

Leggendo la raccolta di liriche scritta a due mani dalla poetessa e saggista
Vivetta Valacca ed il poeta rumeno-tedesco, saggista, romanziere, pubblicista
e traduttore Dieter Schlesak, è giusto pensare ad un dialogo, al dialogo tout
court, e nel senso più alto del termine. E collocare tale termine – dal greco dià,
‘attraverso’, e logos, ‘discorso’ –, la cui pratica fin dall’antichità presuppone e
favorisce la forma sociale della polis, la comunità, e di strutture come l’agorà,
la piazza, nel nostro presente così scisso, multimediale e cibernetizzato, gerarchizzato
in sottoinsiemi politici, economici e giuridici scollegati gli uni dagli
altri, a mio avviso ne accresce tanto più il valore.
Forse, di fronte al vivere in una società così articolata, attraversata, secondo
le parole della stessa autrice nella postfazione all’opera, dalla “dolorosa realtà
di un’incomunicabilità di fondo”, dove “ciò che utopisticamente chiamiamo
‘dialogo’ altro non è se non un’alternanza di monologhi, in cui ciascuna delle
due parti parla soprattutto per se stessa” (150), bisognerebbe allora ripensare
il senso profondo di ogni dialogo. Tentando ciò potremmo riflettere sul
senso di un principio dialettico in cui ogni cosa può essere ciò che è solo per
contrasto con ciò che non è, e quindi solo in relazione alle altre. E l’errore
implicito in un sistema tale sarebbe proprio quello di considerare le cose, ma
anche le individualità, in una loro esistenza separata, come del resto ha fatto
il pensiero scientifico dominante a partire da Galilei, operando in direzione
opposta a quello dialettico. Lo studio del fenomeno isolato, la sua scomposizione
in parti sempre più piccole, per ricomporle in un insieme di parti
precedentemente isolate che soltanto coincide con la loro somma, stride con
una lettura dialettica della realtà. Ciò produce una mancanza di identità e di
appartenenza che lo stesso Schlesak nel suo saggio Bandiere Bucate, scritto tra
il 1990 e il 1991, denuncia: “… oggi questa mancanza di appartenenza non
è vera solo per gli scienziati [li definisce Zwischenschaftler, termine derivato
da Wissenschaftler, scienziato, con l’innesto della preposizione zwischen, tra,
come prefisso, che insieme al morfema derivazionale -schaft forma un termine

nuovo che pressappoco significa: operante nel tra] che vivono al confine della
propria disciplina, ma per tutti. Il secolo XIX, l’epoca nazionale, culturale,
ideologica delle patrie, di cui ancora serbiamo in noi il ricordo,

l’epoca delle certezze, volge alla fine”(D. Schlesak 1997, 25).
Ma se lo stesso principio dialettico si ergesse tuttavia a sistema totalizzante
di descrizione e di giustificazione di una realtà data, lo stesso Hegel in fondo
non ne è stato immune, si trasformerebbe, tradendo lo spirito che lo anima,
in ideologia. E allora dovremmo vedere nel dialogo un livello più alto della
dialettica; una sfera in cui da un lato il principio dialettico stesso viene messo
in contrasto con letture non dialettiche del reale, e, dall’altro, riconciliato,
dove caduto nell’eccesso, col proprio ossessivo negare qualsiasi assunto o
posizione che non abbiano uno statuto provvisorio. In tal senso dovremmo
quindi pensare ad una forma di dialogo più accogliente che non metta troppo
in discussione le zone d’ombra che pure esistono, e devono esistere, affinché
sia garantita, nel suo già precario equilibrio, la stessa trama dialogica. Ma si
tratta di ipotesi, teorie, astrazioni.
Forse alla base del felice dialogo tra Vivetta Valacca e Dieter Schlesak più
semplicemente c’è il mistero di un incontro, di ogni concreto incontro, che
avvenne, come apprendiamo sempre dalla postfazione scritta dalla poetessa, il
18 novembre 2006 ad Heidelberg, in occasione di una tavola rotonda presieduta
da Dieter Schlesak nell’ambito del World Poetry Festival. Incontro che
ebbe un seguito. Nel giugno dell’anno successivo furono invitati ad Argonauti
nel golfo degli dei, a Lerici, dove i loro versi, anche se tratti da opere già pubblicate,
si “intrecciarono” (143) per la prima volta intorno al mito di Orfeo
ed Euridice. La lettura fu un successo, e soprattutto per due fondamentali
motivi che possono essere considerati l’uno conseguente all’altro. Il primo è
che non si trattava di “raccontare di nuovo il mito”, ma di riviverlo “attraverso
le nostre convinzioni più profonde, attraverso il vissuto stesso” (144), per cui,
e siamo al secondo motivo, l’ascoltatore viene toccato dalla “forza della nostra
convinzione”, e più ancora dalla “nostra fedeltà al nostro reale sentire”, ed in
virtù solo “della forza della verità e del sentimento” (146).
Qualcuno dunque si incontra, e qualcosa si incontra: “Correva tra i due
quella corrente che muove i mari, la forza / delle maree saliva in loro”, recitano
questi bellissimi versi letti da Vivetta Valacca a Lerici e anche in successive
letture pubbliche, e si tratta anche qui di un dialogo, quello tra Penelope ed
Ulisse, mito d’amore, accanto a quello di Orfeo ed Euridice, tra i più avvincenti
che si pone alle origini della nostra stessa civiltà. Sono tratti da Il mare dai
mille occhi (28), che con Lo specchio del mondo e La danza delle onde, pubblicati
proprio in quegli anni, compongono la trilogia di argomento omerico con
cui l’autrice inaugura la poetica del Mitoesistenzialismo. Nella prefazione al
volume che chiude la trilogia, Angelo Tonelli annota: “Per Vivetta Valacca il
mito è il modo più efficace per parlare in termini esistenziali, è forma mentis
per leggere il presente e esprimere le emozioni: così la vita si fa opera d’arte, e
dieter schlesak, vivetta valacca, la luce dell’anima. zeit los brennt dieses licht hier 599
l’orrore può diventare bellezza” (7). Ciò è da intendere quindi – se pensiamo
ad esempio alla definizione di un Barthes, per cui il mito parla delle cose
“senza spiegarle, le fonda come eternità e natura” (Barthes 1964, 130), oppure
a quella di Horkheimer/Adorno che vi vedono “la proiezione del soggettivo
nella natura”, e quindi il mito vuole “raccontare, nominare, dire l’origine”
(Horkheimer, Adorno 1966, 14) – come trasporto di vita concretamente
vissuta che attraverso la nominazione verbale passa ad essere, a partire dal
dato biografico, categoria esistenziale.
Potremmo allora definire il dialogo che fonda La luce dell’anima l’incontro
di due esistenze nel senso dell’umano, in quanto riflesso di un limite che
sancisce un io ed un tu, ma che nella rivelazione dei sentimenti, e soprattutto
del più grande di tutti, l’amore, tale limite può trasformarsi nel confine ultimo
che assume il valore massimo del noi. Fedeli alla forza del proprio sentimento,
i versi di Vivetta Valacca, andando direttamente al cuore dell’enigma, riportano
alla luce l’ansia di un’interrogazione stringata, inquieta, che ne rappresenta
allo stesso tempo la definizione più umana: “Fedele / io, tu? / Dove finisce IO? /
Dove incomincia TU? / È / soltanto noi dovunque” (25). Il destino dell’incontro
nell’amore è “mistero che attira”, che coinvolge e sconvolge la strutturazione
stessa della personalità che si definisce io, tanto da costringerla necessariamente
a guardarsi allo specchio della propria identità, poiché “… l’eterno ritorna /
richiama / i due all’uno / com’è, com’era / in principio”, per potersi riconsiderare
un tu, ovvero un “Essere l’altro/nell’altro” (21). Vivere ciò significa conoscere se
stessi in un nuovo essere creaturale, è entrare in se stessi e riscoprire la propria
interiorità in una tensione estatica che abbraccia l’uomo nella sua totalità,
tanto da divenire prima destino: “TU sei nel mio destino / e io nel tuo / Voce che
scava / e apre delle porte / che non sapevo / o non avevo” (17), e poi rilettura di
un senso e di un’identità nella dimensione dell’eterno che sospende le stesse
categorie spazio-temporali: “Ti leggo / e passo il mio dito / su ogni segno del volto
/e sfoglio le pagine / del tuo corpo. // Vi leggo / il senso dell’amore / e il mio destino
/ vi leggo / l’eternità che mi hai dato” (15).

 

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