«La luce dell’anima». Versi di Dieter Schlesak e Vivetta Valacca


La luce dell’anima è una raccolta di versi composta, a quattro mani, da Dieter Schlesak, poeta e scrittore di origine romena, e da Vivetta Valacca, saggista e poetessa ligure. Un unico tema attraversa l’intera silloge: quello dell’amore come ragione profonda e senso dell’esistenza umana. Ci troviamo di fronte ad un confronto/dialogo tra due esperienze circa il mistero, la bellezza e l’ineffabilità del sentimento amoroso.
Una voce femminile ed una maschile si alternano a poetare un vissuto: quello potente ed irrazionale dell’Eros che, quando accade, coinvolge, sconvolge e stravolge il nostro stare al mondo. Anzi, quasi paradossalmente, attraverso le suddette voci, è l’Amore stesso a parlare di sé, delle sue dinamiche folli ed inconsce. Perché dinanzi al turbine delle emozioni, al rapimento estatico provocato dall’esperienza amorosa, la voce umana può ben poco. Poco può la scrittura. Poco, in generale, può l’arte. Perché l’amore non si lascia imbrigliare in una forma o in una formula. L’amore è l’eccedenza «miracolosa» della vita che improvvisamente si presenta e fa di noi quello che vuole. L’amore è il daimon che soggioga l’anima, è il dardo che colpisce al cuore, è la «luce» che rischiara l’esistenza.
Questo è ciò che i due poeti sanno e che riportano in versi: la fatticità dell’amore, che da elemento puramente spirituale (psichico/ideale) diviene corpo, carne (carezza, bacio, abbraccio, sguardo, spasmodica ricerca delle labbra, respiro/sospiro, sapore, abbandono dei sensi).

Quale parola può dire tutto ciò? Quale parola può accennare il desiderio dell’incontro, l’anelito alla fusione? Nessuna. Qui la parola balbetta, perché la mente vacilla. Siamo al di là della dimensione razionale, pienamente immersi (in balìa) della sfera emozionale. Non vi è una logica nel desiderio, se non il desiderare stesso. Il TU è il completamento dell’IO, il perfetto complemento. Il TU riempie il vuoto dell’IO. La presenza fisica/corporea dell’altro rende ragione del mio essere al mondo. Senza un TU, l’IO è pura solitudine: vita senza amore, vale a dire, non-vita.
Io amo te (te solo). Di questo assurdo sentimento (totale, totalitario, univoco, «onnivoro») non ne conosco la recondita ragione, l’intima motivazione, il sotteso perché. Forse è solo una questione di chimica, forse è solo un’illusione. In ogni caso, gli amanti non chiedono ragione del loro stato di grazia o della loro condizione ebbra. Una felicità assoluta li sovrasta e non ha senso ragionare, ossia chiedersi perché. Chi è beato, non si interroga sulla propria beatitudine. Si bea e basta. È al «settimo cielo», «tra le braccia di Dio», «fuori dal tempo».
Riecheggiano nei versi di Schlesak e di Valacca echi filosofici e letterari (Platone, Gibran, Rilke, Barthes). Ma non è questo il punto (spetta ai critici di professione l’esegesi testuale). L’essenziale – cioè il senso e l’essenza – risiede nell’ascolto puro/disinteressato di ogni verso, nel lasciar parlare la Parola, nell’esserne afferrati, coinvolti, trasportati, cullati.
Prestiamo ascolto dunque, udiamo: «Io e Te insieme / siamo pura luce e gioia / e allora capisci / che siamo polvere di stelle / e soffio di Dio [...]» (p. 15). E ancora: «In me stessa / al mio sguardo muri / come frontiere / in te / si apre / per me la porta alle stelle. / L’eterno / da sempre cercato / si dona [...]» (p. 73).
Questa la voce femminile, che nomina Dio, il divino, l’eterno. La luce delle stelle come metafora viva di una pienezza di senso, cifra di un IO che oltrepassa la barriera del proprio esserci e si fonde/confonde, nell’incontro con un TU, in un NOI: «Dove finisce IO? / Dove incomincia TU? / È / soltanto NOI dovunque [...]» (p. 25).
Stesso pathos e stesso «linguaggio» (non è un caso) per la voce maschile: «Chi ha mandato te, te nella mia vita / così luminosa perché tu ci sei / Sei la carezza che dissolve il mondo / tutto è così morbido e impensabile / In direzione del cielo / quello che ci fa scorrere / l’acqua di Dio in noi / non muore mai» (p. 21). Altrove: «Quello che noi siamo non sappiamo / quello che ci viene dato, amore, / ce lo mandano gli angeli / noi non ci difendiamo. Solo qualche volta / sfiniti / dal loro potere / cerchiamo riposo [...]» (p. 37).

Sia Valacca che Schlesak menzionano, nel loro dire poetico, l’amore come superamento della propria singolarità di esistenti, in vista di una unione assoluta, sintesi compiuta e completa. L’identità del soggetto è dissolta in un altro, che afferisce mondo. È un processo di reciproco riconoscimento e annullamento, che comporta donazione/attribuzione di senso.
L’amore come senso svelato dunque (manifesto, rivelato), sentimento di armonica integrazione con la vita. L’anima, in sé, irrequieta, turbolenta (poiché, da sola, monca), insofferente per la mancanza dell’altro, si acquieta, si placa soltanto nella stretta con l’altra metà. Nell’amore, l’anima si espande, si dilata, prende coscienza di sé e avverte/sente la bellezza del mondo.
Riprendendo Sartre affermiamo: «È questo – il fondo della gioia d’amore, quando c’è: sentirci giustificati d’esistere». (L’essere e il nulla, p. 421). Il mio essere è giustificato agli occhi dell’altro, che attesta la mia unicità e la mia indispensabilità. L’essere stati «gettati» nel mondo non costituisce più un problema. L’IO dimora nella dimora d’Amore, al riparo dal male e dallo scorrere del tempo: «Vederti è stato / tornare a casa [...]» recita Vivetta Valacca, o ancora con Schlesak: «Ma quando la parola con le anime / e i due corpi / librate come lacrime d’estasi / si fondono / noi siamo nel cielo / nel sempre sussurrato / insieme / completi e arrivati a casa [...]» (p. 65).
Un’ultima annotazione, sul destino: «TU sei nel mio destino / e io nel tuo [...]» (p. 17) proferisce/sussurra la voce femminile. Soltanto TU e nessun altro al mondo a regalarmi passione, fuoco, struggimento. Solo TU, da sempre e per sempre. Indipendentemente da te, da me, da noi, dallo spazio e dal tempo. Indipendentemente dagli eventi contingenti. Mi vengono alla memoria due opere cinematografiche contraddistinte da tale motivo: Los amantes del círculo polar del regista Julio Medem (1998) e Jeux d’enfants di Yann Samuell (2003). Un destino imperscrutabile lega indissolubilmente gli amanti. Un destino cieco, al quale, resistere è vano.

 

Antonio Di Gennaro